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Il prodotto storico della sconfitta proletaria

[…] Dopo la sconfitta della rivoluzione internazionale (già segnata all'inizio degli anni '20 ma la cui parabola discendente, a mio avviso, si estende fino alla II Guerra Mondiale) abbiamo visto il proporsi e riproporsi di tutta serie infinita di organizzazioni che si proclamano rivoluzionarie e comuniste, che sempre si richiamano all'opera di Marx e di Engels e, a seconda poi delle inclinazioni del capo-guru, a Lenin, a Lenin e Trotsky, alla Luxemburg, a Bordiga e Pannekoek, a Bordiga e basta e perfino a Zinovev e a Schactman… e questo per rimanere solo nel campo del cosiddetto antistalinismo. Ovviamente nessuna riscoperta di "scritti illuminanti", di teorici misconosciuti, nessuna svolta strategica, nessuna peripezia tattica è riuscita a risolvere il problema della "direzione" o della formazione di un partito rivoluzionario. I trotskisti, abbarbicati al Programma di transizione, hanno continuato a sostenere che "il problema della rivoluzione è essenzialmente il problema della direzione" e hanno inventato e messo a punto tutte le giravolte tattiche che avrebbero dovuto permettere il raggiungimento dello scopo. Così abbiamo visto centrismi, fronti unici persino con gli extraterrestri (!), partecipazioni elettorali con parole d'ordine sbalorditive e sostegni esterni a governi di sinistra (come cappi intorno al collo del riformismo, ovviamente).

Di contro sulla base della riflessione bordighiana già cominciata negli anni della formazione del PCd'I si è inteso collegare direttamente gli aspetti programmatici a quelli tattici (le tattiche non devono entrare in contrasto con il programma). Linearmente la Sinistra Comunista "italiana" affermava anche che il partito è un prodotto storico determinato da una situazione obbiettiva e non della (ri)scoperta di qualche macaco. E dunque tutte le scissioni, le crisi, le ridicole riproposizioni, anche negli aspetti più formali, del bolscevismo, sono il prodotto storico della sconfitta del movimento rivoluzionario di parecchi decenni fa. Se il bolscevismo non si impantanò nelle posizioni socialscioviniste della socialdemocrazia ciò fu anche determinato dal fatto che il marxismo russo agiva in una situazione storico-politica assai differente da quella occidentale.

La stessa formazione del Soviet e poi del PCd'I e le posizioni espresse dalla Sinistra sono il prodotto (anche) della "necessità" di lottare contro l'influenza dell'idealismo crociano nella cultura italiana e anche nel movimento operaio e della peculiare espressione in cui si manifestava l'opportunismo massimalista nel sud Italia prima e dopo il Patto Gentiloni (tattica elettorale bloccarda). Dunque nel dopoguerra non c'era bisogno di lanciare qualche anatema nei confronti della degenerazione del movimento rivoluzionario e anche delle sparute minoranze che si erano in qualche modo opposte da sinistra allo stalinismo, e neppure di rigettare tout-court e definitivamente la forma partito come superata o sbagliata, ma di comprendere, come aveva fatto Lenin in occasione della disfatta del 1914, le basi materiali del tradimento o della degenerazione. Allora nel 1914 si trattava di comprendere perché lo stesso movimento operaio e le sue organizzazioni (pur potenti ed educate in una prima fase da Engels in persona) potessero subire un processo di degenerazione e di burocratizzazione. Si trattava invece nel secondo dopoguerra di comprendere la disfatta del cosiddetto antistalinismo e delle sue basi materiali. […]

 

Riceviamo spesso lettere come la tua. Per questo abbiamo trattato alcuni dei temi da te sollevati nei numeri scorsi di n+1, nell'articolo Il soggetto sul piedistallo e con la scelta degli argomenti in Doppia direzione.

Non sono solo i trotskisti a limitare il problema a questioni di "direzione": in modo più o meno mascherato tutti i costruttori di organizzazioni, grandi o piccole, hanno questo pregiudizio, chiamiamolo così. La maggior parte delle organizzazioni non sono molto differenti tra di loro, mentre vi sono differenze profonde fra i loro militanti, segno che le aggregazioni oggi avvengono quasi sempre per motivi extra-programmatici. Chi non ha avuto esperienze di crisi altrettanto extra-programmatiche scagli la prima pietra. Il controllo dell'ansia da attività e da crescita è uno dei nodi fondamentali da risolvere quando si tratta di impostare un lavoro, perché tale ansia deriva da un'errata comprensione dei compiti e dell'ambiente, della cosiddetta situazione. Occorre essere consapevoli del fatto che certi atteggiamenti non derivano da debolezze individuali ma dalla pesante determinazione sociale. Non abbiamo mai pianto sopra queste difficoltà, né le abbiamo mai teorizzate per giustificare i disastri provocati dal comportamento dissennato di individui o gruppi: semplicemente sappiamo che esistono, e crediamo che vadano affrontate non allentando l'attenzione ma lavorando ancora più sodo per superare tutto ciò che Marx, nella sua concezione della rivoluzione in permanenza, riteneva diventato orpello inutile (democrazia, libertà, giustizia ecc.).

Quel che viviamo oggi è ovviamente, come sottolinei, "il prodotto storico della sconfitta del movimento rivoluzionario", il problema è come uscirne. Non che sia sufficiente volerlo, sarebbe una sciocchezza, ma occorrerebbe almeno riconoscere ciò che rende tanto simili tutti i partiti e le organizzazioni esistenti nel mondo. In fondo non siamo d'accordo sul fatto di catalogare in modo tradizionale le varie scuole che prendono il nome di tutti gli "ismi" possibili: si ottengono troppi gruppi differenti. Se invece ragioniamo in base ai possibili insiemi caratterizzati da ciò che unisce tali scuole e non da ciò che le divide, vedremo che gli insiemi diventano ben pochi. Con un processo di analisi rigoroso si dovrebbe arrivare a due: comunisti e non-comunisti. E secondo noi ci si riesce: se incominciamo a discriminare secondo i criteri della democrazia, del parlamentarismo e dell'antifascismo, vedrai come le cose si chiariscono. Naturalmente per "democrazia" non intendiamo solo l'aspetto formale, ma la profonda penetrazione dell'ideologia, che si rispecchia anche nei rapporti fra compagni o nei rapporti, come qualcuno dice anche per il presente, "di partito".

Tu dici che nel dopoguerra era inutile criticare la degenerazione del movimento rivoluzionario e che anche oggi non serve insistere, dato che chiunque riconosce il ciclo estremamente positivo del capitalismo che ha provocato il disastro controrivoluzionario ecc. Anche in una lettera precedente dicevi che era eccessivo da parte nostra ribadire continuamente che il comunismo è un movimento reale e non un modello al quale il mondo dovrebbe adeguarsi. Se vuoi dire che chi non ha orecchi per sentire non capirà mai, d'accordo; ma sai quanti intendono per "movimento" quello della gente che si dà da fare, e fanno e dis-fanno non certo con una disposizione scientifica verso il lavoro.

Le manifestazioni, anche odierne, dell'idealismo Croce-Gentile-Gramsci cui ti riferisci non sono eliminabili evidentemente tramite "spiegazioni" e neppure possono essere eliminate da spinte materiali generalizzate che per adesso non ci sono: si possono neutralizzare soltanto attraverso la scoperta che esiste un programma già elaborato nel corso della storia, programma che può essere trasmesso attraverso la continuità fisica di militanti che si passano il testimone. Oppure attraverso la riproposizione di ciò che viene tramandato come conoscenza generale dell'umanità, come sua memoria, indipendentemente da dove essa risieda (cervello, libri, Internet, ecc.). L'importante è che i pochi individui che oggi sono ricettivi verso il programma siano spinti alla continuità e che abbiano già una predisposizione. Questa ovviamente non sarà innata, deriverà dalla maturazione di esigenze basilari, fisiologiche, economiche, angoscia sociale, o altro, e sarà tanto più forte quanto più la società stessa dimostrerà il suo divenire sulla base di realizzazioni pratiche (tema affrontato da Marx nella Questione ebraica, nell'Ideologia tedescaecc.). Una volta comprese "le basi materiali del tradimento e della degenerazione" il compito non è terminato, perché occorre sapere come si adopera la conoscenza acquisita. Purtroppo abbiamo una certa esperienza rispetto alla fine che fanno certe tracotanze del tipo: adesso sappiamo tutto, è ora di darci da fare.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 4 - giugno 2001.)

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