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Legge del valore e automazione totale

Non mi è chiaro il meccanismo di fondo della legge del valore in tutte le sue concatenazioni. Leggendo la rivista mi sono chiesto, forse ingenuamente, per quale motivo la tendenza generale del capitale a sostituire la forza-lavoro con le macchine non si possa estendere fino ad eliminarla del tutto. Qual è la forza che nega questa possibilità? Lo so che la risposta è: la valorizzazione del capitale necessita della forza-lavoro da cui estrarre plusvalore; lo so che, senza operai, niente plusvalore! Benissimo, ci arrivo dal punto di vista dell’enunciato, ma mi è molto meno chiaro il percorso necessario per raggiungerlo.

 

In linea teorica niente può impedire che si elimini il lavoro umano in una determinata sfera produttiva. E quando nella realtà ci si approssima a questo fatto, invece di piagnucolare "in difesa del posto di lavoro" bisognerebbe essere soddisfatti per un risultato dell'intelligenza umana che elimina tempo di lavoro a favore del tempo di vita (finché sono separati ovviamente ne ricaviamo l'ipotesi immediata della lotta per la diminuzione della giornata lavorativa a parità di salario). Nella realtà di fabbrica vi sono già molti processi che si svolgono in automazione quasi totale. Astraendo dai costi, l'intero sistema produttivo potrebbe essere largamente automatizzato, molto più di quanto non lo sia oggi, con massiccia sostituzione della mano dell'uomo. Non si può ancora sostituire il suo cervello, ma si è già raggiunto un buon livello di simulazione anche in quel campo.

Seguendo lo schema di Marx, la legge del valore può essere dedotta da un modello elementare: 1) vi sia all'inizio una società in cui gli uomini producono con il solo intervento delle loro mani e consumano tutto ciò che producono (le classi sono ancora inutili); 2) vi sia alla fine una società che non produce nulla tramite uomini, dove però essi consumano lo stesso tutto ciò che producono (le classi sono diventate inutili). In entrambi i casi abbiamo zero plusvalore. La prima non è ancora capitalistica, la seconda non lo è più. Per individuare la forma sociale capitalistica-tipo occorre sistemarsi non agli estremi del percorso storico ma 3) in un punto intermedio. L'ideale è mettersi dove il rapporto plusvalore/salario è 1:1, saggio di sfruttamento, cioè rendimento capitalistico = 100% (su otto ore, quattro per il plusvalore del capitalista e quattro per il salario dell'operaio).

Nei primi due casi siamo agli estremi del percorso storico, al di fuori di esso, nel terzo ci siamo posti all'interno. Dal di dentro non vediamo i due estremi perché, in quanto uomini capitalistici, non c'interessano, fanno parte di altre forme sociali. Vediamo solo ciò che realmente succede: alcuni settori sono completamente automatizzati, altri sono completamente soggetti a lavoro manuale. Essi possono esistere solo perché sono complementari, non potrebbe esserci l'uno senza che vi sia l'altro. Perché? Se tutti i settori fossero robotizzati non vi sarebbero operai e quindi non vi sarebbe da chi estrarre plusvalore, come hai detto. Ma il capitalismo ha portato agli estremi la produzione sociale, è appunto un "sistema". Visto dall'interno è fatto di differenze, ma esse fanno riferimento al lavoro medio e ai tempi medi, cioè a un parametro unico nonostante le differenze. Perciò sia il settore robotizzato che quello manuale vendono merci alla popolazione, operaia e no, confrontando i loro prezzi di costo individuali con il prezzo di produzione generale.

Per noi uomini comunisti è facile uscire dall'interno del sistema e osservare che non è strano il "miracolo" di ottenere plusvalore con i robot grazie al confronto del capitalista particolare con il "sistema" generale. Tutto viene venduto e tutto viene trasformato solo in salario e plusvalore, le uniche due categorie che conosca il capitalismo. Chi non paga salario intasca plusvalore lo stesso. Noi allora possiamo fare un esperimento mentale, di quelli che piacevano a Einstein in quanto più reali e netti di una realtà sfumata: se non esistessero affatto operai ma solo macchine, non vi sarebbe nessuno a cui vendere il prodotto, non vi sarebbe né il valore né la sua misura che è il denaro, nulla potrebbe essere confrontato. Non sarebbe semplicemente possibile il capitalismo, anche se vi sarebbe ugualmente produzione. E tutto il tempo di lavoro sarebbe tempo di vita.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 19 - aprile 2006.)

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