Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  11 dicembre 2018

Gilet gialli e altro ancora

La teleriunione di martedì sera, presenti 10 compagni, è iniziata con il commento di alcune notizie provenienti dalla Francia sul "movimento" dei gilet jaunes.

In un intervento durante una trasmissione televisiva, il giornalista Giovanni Minoli ha affermato che i grillini rappresenterebbero la manifestazione italiana del più noto movimento francese. Gli ha fatto eco Beppe Grillo, che in un'intervista su Rainews ha dichiarato che i gilet jaunes hanno lo stesso programma del Movimento 5 Stelle. Entrambi dimenticano che quest'ultimo, una volta entrato in Parlamento, è stato macinato dallo stesso meccanismo che diceva di voler cambiare.

L'articolo di Repubblica "Insieme ma diversi contro l'Europa: la Grande Alleanza dei gilet gialli" (Andrea Bonnani, 10.12.18) è focalizzato invece sull'emergere di manifestazioni anti-sistema: "Dilagano in Francia, sconfinano in Belgio, spuntano in Olanda, si manifestano in Italia e ora sfilano pure per le vie di Londra. La protesta dei gilet jaunes si sta rapidamente estendendo a mezza Europa dando vita ad un fenomeno senza precedenti in cui la forma, cioè la divisa dei giubbetti catarifrangenti pescati nelle dotazioni automobilistiche di sicurezza, accomuna istanze assai diverse."

Il fenomeno francese dei "giubbetti catarifrangenti" si è diffuso memeticamente in Italia, Belgio, Olanda, Germania, Serbia, Iraq, Bulgaria, Paesi Bassi e Burkina Faso, diventando un simbolo di rivolta. Il "movimento" cerca di trovare una via per identificarsi e sul Web circola una lista di rivendicazioni che va oltre alla richiesta iniziale dei manifestanti francesi di bloccare il rialzo del prezzo del carburante. Tale lista, formulata da un gruppo che gestisce una pagina Facebook, è stata condivisa da migliaia di persone e chiede misure urgenti contro la povertà, per il sostegno ai piccoli commercianti, contro le delocalizzazioni e per un sistema pensionistico sostenibile. Dal punto di vista rivendicativo non c'è nulla di nuovo - siamo al livello dei grillini -, quello che invece è significativo è il movimento fisico che ha polarizzato decine di migliaia di atomi sociali in piazza. Ciò che conta, insomma, è la forza messa in campo, non tanto i proclami di questo o quel manifestante. E non bisogna disperare se in Italia "non succede nulla". Come avviene per i terremoti, più a lungo le scosse non si verificano in una determinata zona sismica, più alta è la probabilità che quando si manifesteranno producano effetti catastrofici.

Il discorso tenuto dal presidente Macron in diretta televisiva lunedì 10 dicembre rappresenta la cartina tornasole del grado di preoccupazione raggiunto dalla classe dominante francese rispetto a quanto sta accadendo. Le misure proposte dal capo dell'Eliseo per aumentare il salario minimo e le pensioni potranno essere realizzate solo sforando il rapporto deficit/Pil (la regola europea prevede un deficit pubblico inferiore al 3% del Pil); se l'Europa concederà tale possibilità alla Francia, allora lascerà aperta anche all'Italia la possibilità di percorrere questa strada. Naturalmente resta da vedere se le promesse fatte dal governo francese saranno mantenute.

In questo periodo anche l'Inghilterra è preda dell'instabilità politica a causa degli effetti della Brexit, e per le vie di Londra si sono visti i primi gilet gialli incolleriti. Proprio perché gli uomini cercano di conservare quello che hanno conquistato nella società, sono costretti a rivoluzionare tutte le forme sociali vigenti. Non c'è da stupirsi quindi se le mezze classi, quelle che hanno più da perdere nei processi di immiserimento in corso, scendono in strada per prime, trascinandosi dietro altre fasce di popolazione.

La crisi avanza e, come da anni andiamo dicendo, il processo è irreversibile. Tale dinamica non potrà che far crescere il caos sociale, aggravando la guerra di tutti contro tutti e gli scontri nella società, in uno scenario di collasso degli stati, delle infrastrutture interne, fino alle strutture istituzionali.

Di fronte al dilagare delle proteste in Francia, l'area "comunista" terzinternazionalista cerca di quantificare il segmento di proletari presenti nelle piazze, divisa tra chi vuole spostare il conflitto su un "terreno di classe", chi vuole egemonizzare e chi rimane indifferente rispetto a quello che definisce come un moto interclassista. Le rivendicazioni avanzate dai gilet gialli, nonché le classi presenti e il loro modo d'agire, sono direttamente collegati alla storia che li ha prodotti e nessuno può pensare di avere il potere di modificare la realtà sociale come se fosse argilla. L'indifferentismo e l'attivismo sono due facce della stessa - opportunistica - medaglia.

Più il mondo borghese naufraga nel nulla anche dal punto di vista della sua conoscenza del mondo, più gli ideologi "marxisti" lo seguono nel baratro. La società si sta disgregando e chi non è in sintonia con la linea del futuro di specie (cioè non sa mantenere nel tempo una continuità politica e programmatica) è destinato a scomparire politicamente. Il capitalismo getta nella miseria (non basso salario, ma nessuna riserva) masse sempre più vaste di esseri umani, che però hanno mezzi di coordinamento una volta inimmaginabili (per esempio la modalità organizzativa dei flash mob, che ormai è un dato acquisito dal cervello sociale). E' difficile tornare alle ampie oscillazioni economiche del passato che rappresentavano la dinamicità essenziale per il Capitale. Oggi il sistema capitalistico si sta sincronizzando verso un basso livello di crescita, come dimostrato dal grafico di figura 6 presente nell'articolo "Un modello dinamico di crisi" (n+1, n. 24). Il diagramma degli incrementi relativi della produzione industriale è a forma di imbuto e si restringe verso lo zero e, bisogna ricordare, l'andamento della produzione industriale rispecchia fedelmente quello del saggio di profitto.

"Ho passato buona parte degli ultimi tre anni cercando di capire come mai l'attuale sistema capitalistico non funzioni. Ma recentemente ho incominciato a pensare molto di più sul come mai funzioni", affermava Rana Foroohar, responsabile del settore economico di Time. Effettivamente, dal 2008 ad oggi i parametri della produzione industriale non sono ritornati ai livelli ante crisi, piuttosto l'economia capitalistica nel suo insieme ha perso vitalità, essendo soggetta al secondo principio della termodinamica (entropia).

Negli anni '20 del secolo scorso la borghesia, strumento in mano al capitalismo, è riuscita a dare uno sbocco ad una situazione di forte disagio sociale, prodotto dallo sconquasso della Prima Guerra Mondiale, con i vari fascismi e i moderni sistemi di Welfare State. Attualmente l'erogazione di un reddito di base incondizionato, come suggerito dall'Economist, sarebbe l'unica mossa possibile per dare un po' di ossigeno ad un capitalismo in coma irreversibile. Ma un'auto-riforma della borghesia a livello globale è improbabile, mentre appare sempre più vivida all'orizzonte l'ulteriore degenerazione dei rapporti sociali con relativa catastrofe finale.

Durante le prossima riunione redazionale (14-15-16 dicembre) si parlerà di rivoluzioni partendo dall'articolo "Fiorite primavere del Capitale". In quel "filo del tempo" si trova una sintesi potentissima della rivoluzione in Europa dal 1848 in poi. Di fronte alla tendenza che stiamo vivendo, per cui la borghesia ha vinto ovunque e si sta addirittura estinguendo come classe, sostituita da funzionari stipendiati, non si può affermare che il comunismo sia solo "probabile": citando Lenin, siamo all'involucro che non corrisponde più al suo contenuto. Il comunismo avanza e prepara le basi per una sua esplosione vittoriosa e le conferme di questo movimento incessante si trovano dappertutto, da fenomeni come quello dell'agricoltura, settore uscito dai rapporti capitalistici e sovvenzionato dagli stati, ad una società che fa i conti con il costo marginale zero, come sostiene J. Rifkin nel suo ultimo libro.

Articoli correlati (da tag)

  • Accumuli e catastrofi

    La teleriunione di martedì sera è iniziata riprendendo i temi trattati nella relazione "Peculiarità dello sviluppo storico cinese" presentata durante lo scorso incontro redazionale (15-16 marzo).

    La Cina ha attraversato una lunga guerra di liberazione nazionale (1927-1950) durante la quale la tattica del fronte unito con il Kuomintang, lanciata dal PCC in funzione antigiapponese, portò prima al disarmo e poi al massacro dei comunisti. In seguito alla vittoria della rivoluzione borghese, si rese necessario sviluppare il mercato interno e l'industria; la storia del capitalismo è la storia dell'assoggettamento della campagna alla città. Con la fine degli anni '70 si chiuse un'epoca e si aprì la strada ai finanziamenti esteri che, con le riforme, trasformarono completamente il paese (Deng Xiaoping: "arricchirsi è glorioso"). Il processo di accumulazione originaria, che nei paesi occidentali ha impiegato decine e decine di anni per compiersi, in Cina avviene bruscamente, portando con sè profondi disastri ambientali e sociali. Lo sradicamento dei contadini dalle zone rurali provocò migliaia di rivolte, soffocate con la forza dall'esercito.

    La Cina contemporanea non è solo un paese industrializzato, ma anche finanziarizzato. Nell'articolo "Tessile cinese e legge del valore" abbiamo visto che le contraddizioni riversate in Asia dall'Occidente sono poi tornate indietro amplificate. La vulcanica produzione cinese corrisponde al declino produttivo in altri paesi. La cosiddetta de-industrializzazione dell'Occidente non è causata da cattive scelte politiche, ma dalle leggi inerenti la natura del sistema capitalistico.

  • Trarre i compiti presenti dalla società futura

    La teleriuinione di martedì è iniziata con l'approfondimento di un passaggio dell'articolo "L'intelligenza al tempo dei Big Data" (rivista n. 56), in cui viene trattato il tema della lotta rivendicativa.

    In più occasioni, la corrente a cui facciamo riferimento ha sottolineato l'importanza di pensare al partito-comunità di oggi in relazione ai compiti che esso dovrà svolgere nella società futura. Questa affermazione ci spinge a ragionare come se già fossimo nel domani, e ad interessarci ai temi affrontati nei punti di Forlì (come il partito risolverà i problemi del traffico, della dimora dell'uomo, dell'agricoltura, del tempo di vita e tempo di lavoro, ecc). In "Partito e azione di classe" (1921), Amadeo Bordiga scrive che "per dare un'idea precisa, e diremo quasi tangibile, della necessità 'tecnica' del partito, converrebbe forse, se pure l'esposizione prendesse un aspetto illogico, considerare prima il lavoro che deve compiere il proletariato dopo essere giunto al potere, dopo aver strappata alla borghesia la direzione della macchina sociale."

  • Dall'impero americano, al caos, alla rivoluzione

    La teleriunione di martedì sera ha preso le mosse dall'intervento di Lucio Caracciolo al festival di Limes a Genova 2024 ("Dall'impero americano al caos").

    Le determinazioni materiali spingono gli analisti di politica ed economia internazionale ad affermazioni forti. Caracciolo sostiene che le guerre in corso riguardano la transizione egemonica, ma che nei fatti non c'è nessun nuovo candidato alla guida di un mondo post-USA, e prevede una fase più o meno lunga di caos. Va ricordato che, almeno dagli anni Settanta, si è scoperto che non esiste il caos fine a sé stesso. Gli studi sui sistemi dinamici e la complessità ci indicano l'esistenza di un caos deterministico, nel quale vi sono attrattori strani che rappresentano un nuovo tipo di ordine. Il caos non è dunque il punto di arrivo, ma rappresenta la transizione ad una nuova forma sociale. I teorici dell'autorganizzazione, ad esempio Stuart Kauffman, descrivono il margine del caos come quella "terra di confine" che rende possibili nuove configurazioni.

    Nella rivista monografica "Teoria e prassi della nuova politiguerra americana" abbiamo descritto la guerra, apertasi dopo il crollo del blocco sovietico, il miglior nemico degli USA. Quel mondo bipolare aveva trovato un equilibrio fondato sulla deterrenza nucleare ("Dall'equilibrio del terrore al terrore dell'equilibrio"), che oggi è venuto meno anche dal punto di vista demografico: gli americani sono circa 300 milioni mentre il resto del mondo conta oltre 7 miliardi e mezzo di abitanti. E poi, di questi 300 milioni, la maggioranza non fa parte del sistema dell'1%: lo testimoniano l'ultima ondata di scioperi e il fatto che l'esercito abbia problemi con l'arruolamento. Si sono affacciate sul mondo nuove grandi potenze, in primis la Cina, che già solo per il fatto di esistere e crescere, economicamente e militarmente, mettono in discussione il primato degli Stati Uniti.

Rivista n°56, dicembre 2024

copertina n° 56

Editoriale: I limiti dell'… inviluppo / Articoli: Il gemello digitale - L'intelligenza al tempo dei Big Data - Donald Trump e il governo del mondo / Rassegna: Il grande malato d'Europa - Il vertice di Kazan - Difendono l'economia, preparano la guerra / Recensione: Ciò che sembrava un mezzo è diventato lo scopo / Doppia direzione: Il lavoro da svolgere oggi - Modo di produzione asiatico? - Un rinnovato interesse per la storia della Sinistra Comunista - Isolazionismo americano post-elettorale?

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email